Benvenuti alla Fenice

Questo non è (solo) un disco per me; rappresenta proprio l’essenza di tutto ciò che accade quando faccio musica. C’è la fortuna di poter vivere la musica. C’è la quintessenza della mia fortuna, come venisse racchiusa in uno scrigno prezioso. C’è ogni sfumatura della magia che è fare quello che faccio. Forse per questo mi piace il termine che si usa per indicare il disco in inglese: album. Perché album significa tante cose. Immaginate quell’album di fotografie di un tempo, quello che raccontava la storia di un avvenimento, o di una famiglia, o di una persona. Ecco, così in fondo capisco meglio perché i dischi si debbano chiamare album. Non nella loro accezione più superficiale in quanto mere raccolte di brani, ma perché racchiudono storia, sentimenti profondi, tempo, luoghi perduti o cambiati: e i nostri occhi viaggiano dentro gli scatti che essi contengono. La musica ci dà la possibilità persino di viaggiare nel tempo, di ritrovarci a centinaia di anni di distanza, in luoghi visti dagli occhi di una donna o di un uomo di quel tempo che li regala ad un altro essere umano, di oggi. E in qualche modo i dischi, ancor più dei concerti, ci fanno partecipare al momento stesso in cui quel viaggio viene messo in atto.
Infatti qui c’è proprio tutto. Proprio perché non è (solo) un disco: questo è un concerto, e quindi è andare a quel concerto, in qualche modo. È un luogo, è una storia composta da tante storie. Io vivo la musica come una responsabilità e anche la scelta di un programma di concerto per me è parte di quella responsabilità. Dunque come ha avuto inizio questa esperienza che ora avete tra le mani? Con gli amici dell’Orchestra Filarmonica della Fenice che circa un anno prima del concerto che state per ascoltare – o che avete già ascoltato - sono venuti a trovarmi dicendomi “Vogliamo lavorare con te e faremo di tutto per farlo”. Ci sono riusciti, anche se durante quel primo incontro io non sapevo ancora se sarei riuscito a dirigere un programma intero. Circa sei mesi dopo ci siamo rivisti in un albergo di Mestre e mi hanno detto che loro erano pronti; io ho risposto che non sapevo se lo fossi già, ma lo avrei comunque fatto.

Ezio Bosso alla Fenice
Come sempre, ritengo fondamentale chiedere agli altri che cosa desiderano fare insieme a me. E da questo principio è nata la loro richiesta: la Sinfonia n.4 Op. 90 di Mendelssohn detta “Italiana”, oltre a qualcosa di mia composizione. Allora ci ho pensato e ho proposto Bach, Bosso e Mendelssohn. Strano connubio, vero? Invece, senza Mendelssohn, Bach sarebbe stato dimenticato. Dopo la morte, per tante ragioni, le sue partiture si persero o furono dimenticate. Però Felix amava Bach, per lui era un esempio e un capostipite esattamente come lo era Beethoven: oltre a suonare, dirigere e comporre musica straordinaria, il nostro Felix faceva anche parte dell’unico coro che ai suoi tempi cantava ancora Bach. Proprio questa attività gli ha dato accesso alla partitura della Passione secondo Matteo, che poi ha ricostruito e che alla prima esecuzione ebbe un tale successo da far sì che le partiture di Bach tornassero in circolazione. In più Mendelssohn per Bosso è come un fratello. Sono un mio punto di riferimento il suo uso e la ricerca di nuovi timbri; è un uomo che ha segnato grandi cambiamenti, in fondo è lui che contribuisce in modo determinante allo sviluppo del romanticismo plasmandolo dalle regole del comporre ancora classiche.
Da Mendelssohn arriviamo poi dritti a “Esoconcerto”, il primo concerto per violino e orchestra che ho scritto, basato sui tre principi della creazione e i tre principi del concerto, la rappresentazione di un percorso iniziatico: quello di ogni creatore di arte.
In “Esoconcerto” ci sono diverse cose nascoste. Ve ne svelo due. Una è il mio amato Bach, e il suo amore per il Vivaldi dei concerti per violino. L’altra è che proprio al suo interno c’è un omaggio a un concerto che ha rivoluzionato la storia dei concerti per violino: il Concerto Op. 64 in mi minore… di Mendelssohn. Dunque come per magia, l’ultimo arrivato fa da ponte tra gli altri due. E in fondo è così perché noi interpreti siamo soprattutto ponti, da ieri con l’oggi e con il domani.
Vi ho citato Vivaldi e l’amore di Bach per la sua musica: e Vivaldi era di Venezia. Così ho scelto il terzo Brandeburghese di Bach che è uno dei concerti più vivaldiani fra i suoi, e con gli amici dell’orchestra ho lavorato a un suono che legasse l’antico alla modernità degli strumenti che usiamo, rispettando sonorità e arcate dei tempi di Bach, ma mantenendo quel senso di ricerca sperimentale sempre presente in questi concerti. C’è anche un altro piccolo aneddoto divertente, sulla passione di Bach per Vivaldi. Bach trascriveva tante cose del Veneziano al punto che trascrisse per organo un adagio famosissimo, allora come oggi, l’adagio di un concerto per oboe, ma sì…dai…quello di “Anonimo veneziano”! Peccato che Bach si fosse confuso, e che quel concerto non fosse di Vivaldi ma di Alessandro Marcello! Allora ho deciso di fare un’improvvisazione sulla trascrizione bachiana, come cadenza dell’adagio. Per onorare la città che mi ospitava ma anche per sorridere, per pensare a Bach e a quanto volesse essere veneziano.

Ezio BOSSO & Sergej KRYLOV

Quanta Venezia, essendo tra l’altro anche Bosso diplomato a Venezia...Ma qui arriviamo a quanto l’Italia abbia influenzato capolavori, oltre che averne prodotti. La sinfonia “Italiana” è proprio una visione dell’Italia, i suoi quattro movimenti sono descrizioni del viaggio di Mendelssohn in Italia. Nel 1829 Mendelssohn e sua moglie partono infatti per quello che veniva chiamato il Grand Tour, una moda esaltata da Goethe, in parole povere il più grande intellettuale del tempo. Non si era artisti completi se non si visitava l’Italia, a parer di Goethe. Venezia, Firenze, Roma, Napoli le città principali. Ed ecco che durante questo viaggio il nostro scrive questa sinfonia che verrà poi eseguita nel 1833 a Londra, dove vive Bosso tra l’altro…
Le note sono l’ultimo gesto di un uomo, del tempo che vive, delle sue tradizioni e per noi interpreti diventano il primo gesto per farlo incontrare a chi ci ascolta. Siamo un tramite. Per questo oltre al pensiero musicale bisogna studiare l’epoca, le idee del compositore e anche le sue esperienze. Bisogna studiare gli strumenti come funzionavano a quel tempo per farli viaggiare con quelli di oggi. Studiare la musica è un’opportunità per studiare tutto.
E con Mendelssohn e questa sinfonia è persino facile. Tra le lettere che scrive alla sorella, nei suoi appunti, egli ci indica i sentieri da seguire nella partitura. Il primo movimento lo definisce l’impatto con la luce d’Italia, la sua frenesia, la gioia, la complessità. Nel chiaroscuro di quel capolavoro di dolore e speranza che è l’Andante con moto, egli stesso racconta di aver assistito con stupore a un funerale a Napoli e di come lo impressionasse quel cupo nero di tutti che poi lasciava spazio a quella luce immensa e a quella speranza di vita che vedeva intorno. Mentre è a Venezia racconta di una poesia sulle fate scritta proprio lì da Goethe e da cui prende spunto per l’ambiente magico nel minuetto, il terzo tempo. Poi va di nuovo al sud dove assiste al rito dei tarantolati e si crea il saltarello… Anche tutto questo è dentro quelle note, fa parte del nostro studiare.
Ma pur avendo in sé sempre una storia, la musica è essa stessa la storia più bella: “ci sono più cose in cielo e in terra che in tutta la tua filosofia”, come dice Amleto al buon Orazio. Infatti, insomma, questo non è (solo) un disco. Ma un racconto, un viaggio, uno spazio in cui entrare: e un concerto a cui partecipare.
Poi c’è l’idea di suono, quello che ascolterete qui: non solo ascoltare ma anche partecipare è una filosofia che accompagna tutte le registrazioni che faccio. Le registrazioni penso siano soprattutto un’opportunità per continuare a far musica e crescere. Puoi portare il respiro da quel momento passato al tuo oggi. Perché la musica è una fortuna che va condivisa.

Per tutto ciò, questo non è (solo) un disco. Contiene troppe cose: la passione di settanta persone, di un solista meraviglioso, e la storia di ognuno di noi. Contiene il Settecento, l’Ottocento, il 2004, il 2016. Per me ogni volta che suono è una rinascita, ma in questo caso è davvero un nascere di nuovo. Quel giorno ce l’ho fatta, grazie a tutti i miei compagni di viaggio. Qui c’è la musica da cui provengo e quella che ho generato, e c’è ancora tanto da scoprire. Ma non a caso tutto ciò è avvenuto in un teatro che ha proprio il nome adatto, per un album magico dedicato alla musica che ha il potere di far rinascere qualcosa ogni volta che viene suonata. Come questo album ogni volta che verrà suonato avrà il potere di far rinascere quella rinascita.
Benvenuti al teatro più bello del mondo, dunque, benvenuti alla Fenice.

Ezio Bosso The Venice Concert Cover s

JOHANN SEBASTIAN BACH
Concerto Brandeburghese n.3 in Sol Maggiore BWV 1048
- (Allegro) 
- Adagio 
(Cadenza improvvisata al cembalo sulla trascrizione di J.S. Bach dell’Adagio dal Concerto per oboe di Alessandro Marcello)
- Allegro

EZIO BOSSO
Concerto per Violino n.1 “Esoconcerto”
(Nuova versione per violino, orchestra e timpani)
- Allegro molto
- Adagio
- Presto con fuoco

Sergej Krylov: Violino

FELIX MENDELSSOHN BARTHOLDY
Sinfonia n.4 in La Maggiore Op.90 “Italiana”
- Allegro vivace
- Andante con moto
- Con moto moderato 
- Saltarello. Presto 

Orchestra Filarmonica della Fenice
Sergej Krylov: Violino (Tracks / tracce 4-6)
Ezio Bosso, Direttore d’orchestra / Direzione d’orchestra e clavicembalo (Tracks / tracce 1-3)

Registrazione dal vivo effettuata il 17 Ottobre 2016 nel Teatro La Fenice di Venezia

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